sabato 8 febbraio 2014

Rosicare durante un concerto jazz.

Apparentemente i titoli dei miei post non vogliono dir nulla. Sembrano pretenziose frasi da hipster depressa.
In realtà spiegano in qualche parola tutto quello che non voglio dirvi, ma che voglio farvi intendere senza darvi la possibilità di scorazzare troppo nei miei fatti. Mi limito a dare qualche riferimento biografico e poi a parlare in generale, come se la questione mi riguardasse poco.

[Sto parlando come se avessi triglioni di utenti che mi leggono ... beh un po' di illusione non guasta]


Cominciamo?

Rosicare. Mh... parola vagamente onomatopeica ...
Si rosica perché si è meno belli di Jared Leto; perché la tua compagna di corso ha lo smalto della KIKO e tu quello cancerogeno dei cinesi; perché lui ha preso trenta, tu stai lì nel tuo angolino e potresti giurare sui Santi Medici che sicuramente è un raccomandato, ma non vuoi proprio ammettere di aver perso tempo sui social network; perché, semplicemente, c'è chi arriva prima di noi a qualcosa.
Tu non ottieni e senti un bruciore facilmente confondibile con la sindrome premestruale, che durerà molto meno dei 5 giorni rossi, ma che darà molto più fastidio. Solitamente (soprattutto se si è complessati come me) dopo il bruciore arrivano le paturnie.



No ma non me ne frega. Aspetta, perché mi frega? 
Farò finta di niente. Tanto sono loro a fare schifo.
Ok, però se non fosse così?
Se fossi io in difetto?
Non ci sono arrivata, non l'ho ottenuto.
Quindi sono proprio io a essere da meno.
Assolutamente no. E' solo fortuna.



Alla fine risulta tutto inutile. Non siamo arrivati dove volevamo, ci è arrivato qualcun altra\o prima di noi e in questo momento si sta spupazzando l'agognato trofeo proprio sotto i nostri occhi impotenti o dietro le spalle pugnalate, a seconda della drammaticità della situazione. 

In the end, si rosica.
Negare l'evidenza, dire che non ce ne frega un tubo è totalmente inutile. Possiamo farcelo ripetere da amici, fidanzati e relativi vari, ma quella R di "rosicare" gratterà sempre di più nel nostro stomaco. Quando poi l'oggetto perduto del desiderio è facilmente collegabile alle relazioni e alle paturnie da "sentimenti", il suono è davvero insistente e insopportabile, quasi come se volesse diventare il protagonista del nostro campo uditivo e (spesso) visivo. 

In certe situazioni come si fa a mettere da parte la voglia di picchiare infanti per sfogare la nostra frustrazione? Non posso mica iscrivermi a un corso di salsa&merengue solo per dimenticare una delusione sentimentale. Far fuori la Bocca di Rosa che mi ha sottratto l'osso non è legalmente appropriato, anche se il desiderio di avvelenare il suo aperitivo con un infuso di mandorle amare non sarebbe male. 
Ma voglio arrivare subito al punto della questione. Dopo tutto questo pensare e rosicare, dopo tutte le matite spezzate e dopo tutte le occhiatacce intimidatorie, dov'è finito il nostro "oggetto".
O meglio, il nostro oggetto è diventato solo un oggetto! La voglia di sconfiggere ha ridotto la dignità del nostro obiettivo a quella di una pacchiana bomboniera di un matrimonio partenopeo organizzato da Real Time.
Esattamente come al nostro uomo (sì, perché qui si parla di relazioni. Sono proprio una donnetta da romanzo Harmony!) non frega un cazzo di noi, a noi non frega un cazzo di lui. E' la voglia di far pipì su un territorio non nostro, di piazzare la nostra bandierina di Risiko sul Kamchatka e osservare trionfanti i nostri ex-compagni di gioco ora acerrimi nemici, che muove la nostra battaglia.
Qualora dovessimo battere l'altro avremo la gloria, ma dopo niente, perché non ci frega niente.
In caso contrario rosicheremo, che durerà molto più della gloria. In ogni caso dopo domina il niente.
Ci si guarda indietro e si incontrano le teste dei compagni morti. Noi abbiamo una medaglia oppure no, ma siamo comunque da soli.  

Morale della favola? Direi di non perderci troppo tempo. Il deretano ci pruderà per un po', ma dargli poca importanza potrebbe alleviare il fastidio rapidamente. Non è escluso che si ripresenti, ma forse saremo più allenati di prima a ricevere il colpo e a dire "Who cares?". Personalmente il mio metodo è incazzarmi tanto e poi distrarmi con qualche telefilm british oppure con i miei compagni di sventure. 

Potrei annoiarmi talmente tanto da dimenticare di aver perso una bomboniera orribile.

domenica 2 febbraio 2014

Continua e continua. Mal di testa da mal tempo e paturnie periodiche.

Una settimana devastata dagli starnuti di Gesù Cristo e Buddha.
Poveri cicci, sono allergici alle graminacee.
Il mal di testa mi assale come un granchio sul retino da pesca di un bambino rompiscatole, l'unica cosa con cui sto socializzando negli ultimi giorni è il vocabolario di polacco, la persona più interessante con cui sto conversando è Aleksandr Puskin e sto divorando puntate di Doctor Who come se fossero Smarties.
Fortunatamente fra poco sarà tutto finito! Dai Svet!
Diventa una meretrice di voti e piglia ciò che passa in convento!

Questo tranning autogeno non funziona proprio correttamente. Passo da momenti di sconforto universitario ("Laurea?! Dove sei?! Non ti avrò mai!") a vera positività distruggi-modestia ("Buah, questo esame me lo mangio! Io son figa e me ne vanto"). Tutto poi si conclude sui mille mila schemi che infestano i miei quaderni Pigna e qualche occhiata nel web alla ricerca di inutilità.

(Questo telefilm è l'epicità. Peccato che pochi lo comprendano :'(
 Il  degno sottofondo di queste giornate grige)

Adesso ci arrivo al punto, non vi preoccupate.
Ultimamente è nata una conversazione sociologica con una collega di università, qualcosa da far invidia ai convivi intellettuali di tutti i partiti di sinistra. Lei mi guarda e mi chiede:
"Ma non trovi che Carlo Cracco sia veramente figo?"
Non ho subito visualizzato la fisionomia del buon Chef mietitore di cuori e autostima, non perché io non abbia mai visto MasterChef, ma perché la prima cosa che mi viene in mente quando mi nominano Cracco è la sua debordante e gratuita stronzaggine.
Personalmente non lo trovo né un bell'uomo né mi interessa la sua bravura culinaria (sono ancora immune all'incantesimo del mestolo che ha colpito metà della popolazione mondiale), però quest'orda di fans sfegatate che ronzano intorno a Cielo e Real Time mi turba un po'.
Quando ho chiesto alla mia amica "Perché ti piace Cracco?"
"Ma come?! E' un figo!"
"E' uno stronzo"
"Appunto!"
Silenzio eloquente di due secondi e conseguente cambio di argomento onde evitare un travaso di bile.

Questa continua attrazione per lo stronzo di turno non l'ho mai capita nemmeno quando ero io stessa a puntare lo stronzo di turno. Ok essere affascinate dal mistero, da quello che vive in un mondo suo e non ti lascia entrare e tu per istinto di vecchietta pettegola ti ci avvicini, lo pensi, svisceri la sua personalità manco fossi Sabina Spielrein. Però dopo un po' l'amor proprio sovrasta l'autolesionismo. 
Però in questo caso non si tratta di farsi piacere uno stronzo, ma di essere affascinata da qualcuno perché è stronzo.
Ecco.
Arriva Carlo Cracco seguito da Bastianich, insultano e la spettatrice chiede un bis di bastardaggine sul malcapitato concorrente.
Perché? 
Purtroppo nella stragrande maggioranza degli esseri umani prevale il senso della sottomissione al più forte. Quello che sa demolire pezzo per pezzo l'autostima di chi gli sta di fronte è degno di grande stima, il debole fa meglio a tornare nella sua capanna piena di My Little Pony. L'unico modo per contrastarli è essere come loro, mostrare gli artigli dopo averli affilati e anticipare le sue mosse mordendolo alla gola. 
E' bene quindi mantenere la propria riserva di freddezza per difendersi (e perché no difendere) dai tanti Cracco. 
Intanto evitiamo di mitizzare troppo la cattiveria. Forse tutti la stanno scambiando per severità?
Ma la severità non critica assaporando il momento della vittoria.




lunedì 27 gennaio 2014

Crepitio dell'acqua e del fuoco.

Sono nata al contrario. Sotto Terra, partorita dal retro dalla coda dei papaveri e dalle vene della quercia.
Vedevo i fiori dalla parte delle radici e le pettinavo con le dita, snodando ogni filo per farli respirare. Non ricordo quanta terra ho inghiottito, ma non mi dispiaceva perché non conoscevo sapore migliore.
Finché, nell'ultima decade di Aprile, non mi hanno disseppellita per farmi crescere all'aria aperta, farmi respirare quello che conoscevo solo in teoria, insieme ai bipedi chiamati gente.
Persona al singolare.

I primi anni di vita sulla Terra, e non sotto Terra, scorrevano frettolosi sugli insegnamenti dei veterani, qui chiamati adulti. Mi chiamavano Kaspar Hauser*, anche se conoscevo molte altre parole, oltre al mio nome e cognome. Sapevo camminare e percepivo nitidamente lo spazio con i miei occhi verdi.

Conosco la vostra lingua. La origliavo sotto le case. Conosco i pensieri delle radici. Per anni sono stata la loro confidente. Conosco lo sporco che mi avete riversato addosso, nel ventre della terra.

La mia seconda nutrice, Marie, non si sconvolgeva quando le parlavo delle mie origini, non storceva il naso quando annusava il mio corpo odoroso di muschio e ammirava la mia naturale sensibilità al colore dei fiori. Sarei potuta svenire per l'emozione alla vista di una genziana aperta o di un gelsomino appena appassito.
Una sindrome di Stendhal sui toni della botanica.
Marie è bruna, riccioluta, un viso tondo e burroso e una voce da mamma umana per me nuova, per molti scontata.
Mi ripuliva dalle macchie di terreno e asciugava le mie lacrime nostalgiche.
Mi ha insegnato che ogni creatura deve cercare la "sua creatura".
Che ognuno deve appartenere a ognuno.
Che anche io, un giorno, avrei avuto bisogno della "mia persona".
Io le ricordavo che la Terra mi aveva lasciata andare. Mi amava, ma perché avrebbe dovuto continuare a soffocarmi con il suo sapore castano? Tutti vogliono respirare, perché qualcuno che ci ama non dovrebbe?

Capii subito che la sua lingua non mi apparteneva più, che parlare d'amore poi mi avrebbe resa vittima di un triste ciclo affettivo. Così lasciai casa sua, i suoi vaneggiamenti e le sue amorevoli cure.

Anni dopo, quando la ritrovai seduta nel nostro bar preferito, mi confidò di aver pianto.
Le avevo detto la verità, ma non poteva accettarla. Voleva qualcuno da possedere e coccolare, ma si era invaghita di una creatura di nessuno. Le sono sfuggita dalle mani come i petali morti delle primule.

Prima di dirle addio, prima di tornare a vagare, le ho cantato la nostra canzone, senza curarmi dei clienti poco abituati alle esibizioni dei folli e dei musicisti improvvisati. Cantavo Asleep, rimpiangendo di non avere un pianoforte per riempire le pause della melodia.
Dimenticai le ultime parole, Marie non se ne curò.
Non mi abbracciò per non sentire il mio odore.
Non sorrise per non darsi speranze.

Cosa posso fare, colombella? Non posso cantare accanto a te, finché ti addormenti. Potrei darti l'illusione di ritrovarmi alle sei di mattina. Ho bisogno di andare.
Non tornerò sotto le radici.
Non tornerò da te.
Non voglio prometterti di portarti nel cuore. Puoi crederlo.
Mai lo saprai.
Mai te lo dirò. 



*NdT. Kaspar Hauser fu un giovane tedesco che affermò di essere cresciuto in totale isolamento in una scura cella. Poteva nutrirsi solo di pane e acqua e il solo odore di carne o alcool gli provocava terribili convulsioni. Reagiva violentemente a qualsiasi impressione sensoriale, come ai suoni acuti. Non riusciva a riconoscere la tridimensionalità del paese che vedeva dalla finestra della sua cella, tanto che, quando iniziò a comunicare, pensava fosse un brutto quadro, venuto male. 

mercoledì 8 gennaio 2014

Vita di Adèle (probabile traccia di spoiler)

Ok, ok ho avuto bisogno di rifletterci un po' su.
Mea culpa.

E' che non avevo proprio un'opinione a riguardo! O meglio, ce l'ho sempre avuta, ma nell'esporla mi rendevo conto che si contraddiceva da sola e dopo ore di elucubrazioni mi dicevo "Minchia Svet, sei l'emblema supremo dell'incoerenza".

Così ho dovuto rivedere il film altre due volte, ho setacciato le mie idee da quelle degli altri e sono quasi sicura di aver formulato un'idea totalmente personale e preservata dal giudizio altrui.

Chi non vuol condividere, non condivida.

Oddio, è stato un parto mentale con tanto di cordone ombelicale annodato al collo.

Bando alle ciance, cominciamo!

Piccola premessa (ancora?!) rivolta a tutti coloro che sono rimasti scandalizzati profondamente dalla mezz'ora di sesso esplicito presente nel film. Forse è il caso di domandarsi se vi dava più fastidio la scena di sesso in se o il fatto che sia stata interpretata da due donne. Qualora vi riconosceste nel secondo caso, mi dispiace per voi, ma almeno una lenticchia di omofobia ce l'avete in corpo. Se invece siete più vicini alla prima opzione vi domando: dopo tutte le zinne di fuori che tutt'ora troneggiano in TV, nei film di Von Trier e Bertolucci e dopo tantissime scene di violenza gratuita presenti in ogni angolo dei media, vi pare il caso di diventare proprio ora dei moralizzatori incalliti? Non è che siete omofobici anche voi?
Mh, il cerchio si chiude a quanto pare.

Ok, ora comincio per davvero.

Un bel giorno Julie Maron ultimò "Il Blu è un colore caldo" graphic novel che non ho ancora letto (se il disegno non mi ispira raramente prendo in considerazione un fumetto) ma che forse entrerà a far parte della mia modesta collezione. Da qui è stato tratto il film in questione: in francese La Vie D'Adèle (sì, si scrive con l'accento grave), in italiano La Vita di Adèle, interpretato da Adéle (appunto) Exarchopoulos, francese ventenne dalle sfumature elleniche e Léa Seydoux, che io avevo già visto in "La belle Personne", film piacevolmente tragico dei primi anni duemila (da segnalare la presenza del fascinoso Louis Garrel). La ritroviamo anche in "Midnight in Paris", in un ruolo che sicuramente nessuno di voi ha preso troppo in considerazione.
La trama de "La Vita di Adèle" illustra, molto semplicemente, il percorso amoroso ed emotivo di Adèle: dalla prima cotta degli ultimi anni del liceo alla scoperta del vero amore. Lo scopre grazie a Emma, una misteriosa e sorridente artista dalla pelle algida e i capelli blu. La storia va avanti, sempre più intensa, sempre più dolce e sensuale fino all'inevitabile rottura...
Io personalmente, alla prima visione, ho totalmente frainteso il film. Questa non è la solita saffica storia d'amore alla "Lost & Delirious", che parte con il coming out, continua nella passione carnale e finisce nel tradimento e nella conseguente tragedia degna di Eschilo. Absolutley no! Il film non ha bisogno di nessuna dichiarazione ai genitori ("Papà, mamma. Sono lesbica, ma non mi picchiate") né di un percorso di accettazione del proprio orientamento sessuale. Adéle scopre l'amore senza chiedersi se è giusto amare un uomo o una donna, senza nessuna paura del giudizio degli altri. Ama intensamente, sfociando verso la fine nel desiderio morboso di attenzioni, nell'ossessione. Sbaglierà, tenterà di riparare senza successo, ma continua ad amare incondizionatamente la sua Emma, nonostante lei sia scappata dalla fessura delle sue dita in un fatale momento di distrazione.

Ok, il film non è totalmente privo di situazioni della serie "Oddio sei lesbica!". Il regista dedica solo pochi distratti minuti ai battibecchi di Adéle e le sue 'amiche del cuore', le quali sono sorprese e schifate alla vista di Emma all'angolo della strada, ("Quella ha la faccia di una che lecca le fiche") iniziano ad indagare sulla sessualità dell'amica con preoccupata e insolente curiosità. La scena è scivola facilmente nell'indifferenza, ma Adèle non ne esce totalmente illesa, ma il dramma dura poco, perché la sua Emma la attende sulla loro panchina, con il quaderno degli schizzi aperto e un sorriso dolcissimo sotto il naso.
Una delle caratteristiche principali sono i frequenti primi piani e le inquadrature strette sui visi e i corpi pieni delle attrici. E qui arriviamo alle tanto ricamate scene di sesso. Forse un po' lunghe, forse riproposte con una certa ossessività. Ma dopo aver visto il film per ben tre volte sono giunta a una conclusione: il loro amore è intenso e viscerale e quelle continue inquadrature, che riempiono ogni pollice del vostro schermo con le guance, le gambe, le labbra di Emma e Adèle, mirano a trascinarvi con violenza in quella passione disperata che caratterizza questa morbida coppia. Baci su ogni centimetro del loro corpo che non vogliono provocare o scandalizzare, ma solo catturare. Siamo costretti a immedesimarci in Adèle. Con lei amiamo, con lei ci sentiamo sole perché Emma è troppo assorbita dal suo lavoro (ecco, questa è l'unica trovata che non ho apprezzato... certe banalità della serie "Tu mi trascuuuuri!" mi hanno stancata sia nei film che nella mia vita sociale), con lei tradiamo, con lei imploriamo e con lei alla fine ci rassegniamo nel nostro abito corto blu. La accompagniamo a scuola esattamente come la accompagniamo fuori dalla mostra d'arte.

Ora, un piccolo appunto su una delle attrici.
Léa Seydoux interpreta Emma. Io sono innamorata di questa donna. *.* Non voglio soffermarmi troppo sulla sua interpretazione (secondo me ottima, ma lascio a voi il piacere di scoprirlo) quanto sulla sua bellezza
superficiale. Quelle guanciotte e quegli occhioni. La adoro nonostante le sue evidenti borse sotto gli occhi, che secondo me gli danno un sacco di fascino maledetto da bohemienne insonne. Le attrici francesi misconosciute hanno sempre esercitato un particolare fascino su di me, condito di tanta tanta ammirazione. Da adolescente ero (e tutt'ora sono) pazza di Clémence Poésy, Fleur in Harry Potter. Studiando francese, ho potuto guardare e capire anche i film francesi inediti in italia. Non so secondo quale volo pindarico sono riuscita ad arrivare a da uno dei film di Clémence a "La belle Personne". Qui, come ho già detto, è avvenuto il primo incontro fra me e Léuccia mia. Ovviamente la visione di "La vita di Adèle" è stato il colpo di grazia e mi ha fatta cadere ai suoi piedi.
Ah, l'amour!

Fine recensione.
Alcuni miei amici hanno sentito delle mie opinioni a caldo che sicuramente sono in totale contrasto con ciò che ho appena detto. Ma ci ho riflettuto tanto.
Secondo me questo è un film che va rivisto, perché molto probabilmente il nostro naturale istinto al pudore (o una misteriosa omofobia latente) ci spinge a porre l'accento più su quella scena di sesso così prolungata, piuttosto che sul resto. Vita di Adèle merita più possibilità e non credo che bisogna spaventarsi troppo della sua intensità.

Non tutti hanno provato un amore morboso e disperato. Conoscerlo almeno in teoria potrebbe essere utile.

mercoledì 25 dicembre 2013

Natale, ovvero chi lo odia e chi è semplicemente misantropo.

Pargoli.
Non possiamo farci niente, è già Natale e mancano già poche ore alla sua fine. Avete ricevuto i vostri regali? O la crisi-fobia ha assalito anche i vostri amici più stretti? A me basterebbe solo un po' d'ispirazione impacchettata e spedita alla mia porta. Già, ultimamente non riesco a far colare dal mio cervello una sola goccia di concetto sensato. Volevo provare a scrivere una recensione de "La vita di Adéle", ma mi sono resa conto di aver subito le influenze di troppe opinioni. Il guaio è che visito troppo spesso il web e do troppo peso ai pensieri degli altri, trascurando le mie idee...

Io lo so che loro ci sono! Le idee intendo.
Sono piccine e rannicchiate nell'angolino del mio cuore e non c'è nemmeno una torcia che le illumini. Pff, che amarezza. Chi ha un rimedio contro la timidezza dei miei pensieri? 

Mi servirebbe un setaccio o un ufficiale nazista nella materia grigia.

"Zu, zu! Idee di merden! Quelle che non zono nostre a destra! Zu forza! Nelle camere a ccass!"

Sto degenerando lo so, ma è l'unico modo che ho per far capire al mondo il disagio che mi assale in questo periodo natalizio. 
Ah, la magia del Natale!
Forse è per questo che molti diventano dei Grinch e schifano l'atmosfera di fine Dicembre (in questo discorso sono esclusi i misantropi naturali che schifano tutto e tutti solo perché si credono i più fighi ma non hanno abbastanza palle per mettersi in gioco ... ebbene sì, ce l'ho con loro. Sono una mismisantropa).






Questo è il periodo in cui si tirano le somme. 
Una pantagruelica tristezza ti avvolge, viene amplificata dal fatto che è inverno e sta "finendo" l'anno (anche se l'anno per me inizia a Settembre, alla faccia del calendario gregoriano) e inevitabilmente dai fin troppo peso alle cose che non hai fatto o alle cose che non sono andate come ti aspettavi.
Magari sto dicendo delle ovvietà, ma come faccio ad essere serena come le bimbe del Mulino Bianco e della pubblicità del Bauli, quando ho due esami a gennaio e tanti pensieri del cavolo per la testa? 


Bah, vado a finire il mio the al cioccolato, magari va meglio.


P.S. Come se fossi in un programma di Caterina Balivo, saluto la mia adorabile Mea che è sicuramente fra i pochi lettori che si cagheranno questo post. 

martedì 17 dicembre 2013

Why So Serious?

Avrei dovuto scrivere il solito post strappalacrime, ma oggi la giornata è andata meglio del previsto, senza troppi scossoni né di euforia né di depressione in stile Lars Von Trier. Insomma questo 16 dicembre, tiepido e profumato di aria di mare invernale, è stato semplicemente sereno e genuino.


Ho passato quasi tutto il tempo nella città tristallegra dove passo le mie ore di studio e sano cazzeggio.
Eh sì lo ammetto: quando hai scelto le amicizie sbagliate si passa molto più tempo a bighellonare fuori dalla facoltà piuttosto che a studiare frustandosi con le ortiche.
Ciononostante ho la coscienza apposto. 
Quello che mi fa sentire in colpa è la lentezza con cui sto leggendo Non Buttiamoci Giù. Sono quasi alla fine, mi ha presa tantissimo, ma a volte sono talmente stanca da non aver voglia di fare un tubo, solo di fissare le ragnatele del soffitto e contarle con un certo successo. 
Forse per ritrovare il piacere di leggere, o forse perché cercavo ispirazioni varie, o peggio forse perché cercavo una scusa per non studiare, stamani dopo pranzo sono passata dalla Feltrinelli, mi sono guardata intorno e ho stilato una lista di 20 libri da leggere subito dopo aver oltrepassato quelle poche pagine che mi restano di Non Buttiamoci Giù. Ho cercato di raccogliere qualche libro mancante dei miei scrittori preferiti e ho scritto titoli che in qualche modo mi hanno colpita, vuoi per il suono o perché semplicemente mi girava. E' stato come gettare schizzi di vernice qui e là e raccogliere solo i tomi sporcati dalle gocce colorate.
Nella lista c'è qualche libro che molti miei coetanei lettori hanno già letto e che spesso mi spronano a leggere. Appartengono alla categoria di "Oddiodeviassolutamenteleggerlo!".
Vedrò di fare del mio meglio.
Ecco la lista.


  1. Alta Fedeltà (Hornby)
  2. Ogni cosa è Illuminata (Foer)
  3. Cronache Marziane (Asimov)
  4. Sogni di Robot (Asimov)
  5. Gente di Dublino (Joyce)
  6. Divorzio a Buda (Marai)
  7. Ballate (Benni)
  8. Dopo il Banchetto (Mishima)
  9. La donna Abitata (Belli)
  10. Il teorema del pappagallo (Guedj)
  11. La scopa del sistema (Wallace)
  12. Sostiene Pereira (Tabucchi)
  13. Due (Nemirovsky)
  14. Il genio e il Golem (Wecker)
  15. Martha Quest (Lessing)
  16. Middlesex (Eugenides)
  17. Serpenti a Sonagli (Welsh)
  18. Medea (Christa Wolf)
  19. In Transiberiana (Pellegrino)
  20. L'amore è un Dio (Cantarella)

sabato 7 dicembre 2013

I'm going to tell you a Secret.

Cercherò di scrivere un post senza puntarmi troppo il dito addosso.

Stasera è stata una di quelle serate leggere, senza troppe pretese e senza additivi dannosi (a parte l'immancabile vodka a fine serata, che non fa mai male). Gli altri compari nella nebbia sembravano avvolti da una calma serafica. Stavano fumando parlando di sogni e di venti incostanti. Davvero, niente ha rovinato quei momenti leggeri, né felici né deprimenti, semplicemente sereni e senza frenesia. Cavolo, ho anche incontrato quella maledetta silfide marcia e non mi ha fatto effetto. Ultimamente è morta pure la passione per il Beatrice.



Come dite?
Ora sono gelida?

No. Purtroppo il sangue nelle vene mi ribolle come confettura di ciliege e sono sempre più assetata di bene, sintonia e affetto. Insomma, tutto ciò che è legato all'amicizia o alle relazioni-che-funzionano. Il problema è che di bene e di affetto si può dispensare a 100 persone, ma quell'armonia, quel saper pensare la stessa cosa in due, quel condividere le cazzate senza sentirti una totale deficiente, vale solo per massimo 2 persone.
Forse 2 e mezzo se si ha un po' di fortuna.
Oggi ne parlavo con il mio amico (che per comodità chiameremo Moretti)...
Mi sono resa conto che le persone con cui mi trovo bene non sempre si possono definire in perfetta sintonia con me.
Voi dite "Grazie al cazzo".
E invece per me non era così evidente. Brancolavo nel buio con le mani tese in cerca di un angolo a cui aggrapparmi ... qualsiasi angolo andava bene!
Qualsiasi persona andava bene!
Le cose non vanno così, lo so, ma io sono una bisognosa cronica di attenzioni e affetto come il bambino è bisognoso di Kinder Fetta al Latte. Forse per questo mi fisso facilmente con la gente, al di là di ciò che sono realmente. Mi basta una buona parola e la battuta giusta al momento giusto che subito mi sento loro amica, finendo per diventare la "meretrice degli amichetti"...
Pff ... una vera rottura ...

In realtà io so chi sono quelli che riesco davvero ad apprezzare fino in fondo e con le quali sento quest'armonia-del-cavolo-di-cui-ho-bisogno. I miei cari amici storici. Solo che non posso sempre raggiungerle (anche per via di problemi logistici); se li vedessi troppo troppo spesso, la magia finirebbe per consumarsi insieme alla sigaretta che sto fumando ora. La cenere cadrebbe su un portacenere rubato dal bar accanto e tanti saluti. Tutto dritto in pattumiera.

Morale della favola? I migliori amici sono come il miele, vanno assunti spesso ma in piccole dosi.

Ultimamente sto uscendo spesso con gente che conosco da relativamente meno tempo rispetto a Di e Mimi (il massimo è di 3 anni). Io pretendo troppo dalle relazioni che ho con loro: vorrei potermi sentir libera di fare tutto, ma non è possibile proprio perché non posso pretendere quel tipo di magia da tutti loro.
Sto lì, con i pugni chiusi, sbatto i piedi pretendendo qualcosa che non posso avere, almeno non subito.
Sto lì, e pretendo che la piantina cresca subito!
I piedi sbattono per terra sempre più forte ...
Poi se la gente se ne va o mi fa del male, tendo a darmi do la colpa senza magari pensare che forse è meglio così.

Altra morale? Svet, devi aspettare.

Facile a dirsi.

Proviamoci.